V Domenica del Tempo Ordinario “Anno B”

4 Febbraio 2018

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni. Parola del Signore

La parola di Dio

Gb 7,1-4.6-7 La prima lettura tratta dal libro di Giobbe, ci vuole introdurre al mi-stero della vita visitata dal dolore. Provato nella sua vita da molte sventure, Giobbe riflette sulla sua vita dal punto di vista della sola esistenza umana e vede che questa è un duro lavoro, una vita da schiavo e piena di illusioni e di affanni, la vita è un soffio. Giobbe si sente abbandonato non solo dagli uomini, ma persino da Dio. Rassegnato a chiudere tristemente i suoi giorni, Giobbe, in nome proprio, ma sentendosi solidale con l’umanità che soffre, si rivolge infine a Dio per chiedergli un momento di pace prima di morire.

1Cor 9,16-19.22-23 Paolo ricorda che la proclamazione del Vangelo è per lui una esigenza morale che lo spinge a dare tutta la sua persona, senza riserve: è una necessità che si impone da sè stessa; infatti considera la sua predicazione non come un ufficio ma come una missione nella quale il Signore lo impegna personalmente, e ciò lo porta a farsi disponibile con tutti.

Mc 1,29-39 Il brano evangelico di oggi, appartiene ai primi momenti della vita pubblica del Figlio di Dio. Nel contesto di inizio appaiono chiare le coordinate essenziali: Gesù ha inaugurato la sua predicazione con l’invito a ravvedersi per l’imminenza del regno del Dio; ha chiamato i primi quattro discepoli, inizio e fondamento visibile della comunità ecclesiale; ha compiuto il primo miracolo, carico di tanto significato perché riporta la vittoria su Satana; ha riscosso ammirazione per una predicazione inedita. Nel testo sono ravvisabili tre momenti: il miracolo della guarigione, un sommario sull’attività taumaturgica di Gesù e la preoccupazione missionaria di arrivare a tutti. La vittoria su Satana, manifestata con il precedente miracolo, sancisce fin dall’inizio un’indiscussa superiorità. Tutto il brano è composto da brevi frasi collegate tra loro; l’evangelista stabilisce un collegamento con l’episodio precedente annotando che Gesù e coloro che lo accompagnano, hanno lasciato la sinagoga; essi entrano ora nella casa di Simone. I discepoli sono gli stessi citati ai versetti 16-20 così che si ha l’impressione che il testo abbia in origine seguito da vicino l’episodio della loro chiamata. Il riferimento alla casa ha comunque un sapore ecclesiale: in Marco la casa è il luogo in cui Gesù parla ai discepoli. Inoltre la chiesa primitiva aveva nelle case il luogo dell’incontro liturgico e della catechesi. Si pensa che Simone, originario di Betsaida, si fosse stabilito dopo il matrimonio nella casa della suocera a Cafarnao; entrati in casa i discepoli mettono al corrente Gesù della situazione della donna. Il verbo utilizzato per indicare lo stato della malata katakeimai (usato raramente, in Mc anche in 2,7) indica una malattia grave; la stessa idea è suggerita dal fatto che essa avesse la febbre. Gesù non parla, ma agisce: si avvicina, le prende la mano e la fa alzare, guarisce per forza propria, senza neppure l’uso di una preghiera. L’immediato recupero della salute è indicato dal fatto che essa si mise a servirli; abbiamo qui l’unico caso nei Vangeli di un miracolo in ambito familiare, privato per così dire, il cui ricordo è forse legato alla figura di Pietro. L’atteggiamento di Gesù di fronte alla suocera di Pietro, presenta caratteri assolutamente nuovi. Un rabbino non si sarebbe mai degnato di accostarsi ad una donna e di prenderla per la mano per ridarle la salute, ma soprattutto un rabbino non si sarebbe mai lasciato servire da una donna. Gesù sconvolge tutti i presupposti delle relazioni sociali.                               Il “Servizio” (diaconia) era, agli occhi dei greci, una cosa indegna.              Dominare, non servire: questa era la caratteristica di un essere umano.              Per il greco il fine della vita umana sta nel perfetto sviluppo della propria personalità e, di conseguenza, è estraneo a questo fine ogni senso di servizio al prossimo; al contrario, nell’insegnamento di Gesù il concetto di servizio si sviluppa partendo dal precetto dell’A.T. dell’amore del prossimo.                      Gesù lo prese di lì e, legandolo al precetto dell’amore di Dio, lo propose come elemento centrale del comportamento morale richiesto da Dio all’uomo. Terminato il giorno di sabato, gli abitanti di Cafarnao vengono alla casa di Simone. L’indicazione temporale è tipica di Mc e collega i vari avvenimenti in un’ideale giornata che per l’evangelista acquisita un valore particolare per indicare chi è e cosa fa Gesù.  Il v. 33 è nello stile di Marco, come l’utilizzo di diversi termini nei vv. 32-34 (città, varie malattie, curare e naturalmente il divieto di parlare per i demoni, vedi pericope precedente). La notizia della guarigione nella sinagoga provoca l’arrivo di tutti i malati, è importante notare che se tutti i malati vengono a Gesù egli ne guarisce molti. Se nell’azione potente di Gesù si manifesta la basileia di Dio, non è però sufficiente andare da lui per ricevere la guarigione, né tantomeno per capire chi è e la rivelazione che egli porta.                Il piccolo sommario costruito da Mc ripresenta sinteticamente le guarigioni appena narrate (la suocera di Pietro e l’indemoniato della sinagoga) ed è schematico e generico. Forse rispecchia anche la situazione in cui si vennero a trovare i discepoli nella loro predicazione dopo la Risurrezione di Gesù.         Dopo aver guarito molti da varie malattie ed aver scacciato demòni, Mc ci presenta Gesù in preghiera, un aspetto importante e non ancora messo in luce, ma che non presenterà frequentemente. Gesù inizia il suo secondo giorno da solo con Dio, facendoci sapere che, dietro una giornata di intensa attività taumaturgica, Gesù ebbe bisogno di solitudine con Dio, anche se dura poco.          La preghiera di Gesù, sembra suggerire Mc, è strettamente legata alla predicazione. Sono tanti quelli che lo cercano, tutti e deve ritornare al ministero; glielo fanno notare i suoi che devono mettersi a cercarlo: affinché tutti l’abbiano, i discepoli devono sapere dove è andato e seguirlo fino a trovarlo. Curioso che siano quelli che lo seguono che ricordano a Gesù che ha ancora molto da fare e che la Galilea lo aspetta e anche molti indemoniati! L’azione dei discepoli e la loro richiesta mettono in luce la loro incomprensione della missione di Gesù che rifiuta la proposta e invita i discepoli ad accompagnarlo nella missione attraverso la Galilea. L’attività di Gesù in Galilea è simile a quella che ha svolto nella sinagoga di Cafarnao: in tutta la regione, normalmente di sabato, Egli annuncia la vicinanza della signoria di Dio al popolo che, essendo integrato nell’istituzione (nelle sinagoghe), non sospetta che ci possa essere una alternativa. Gesù cerca di convincere tutti gli oppressi che la loro situazione è stata ed è un’ingiustizia umana che non può essere giustificata invocando la volontà divina; per questo continua la connessione e la contrapposizione, tra la proclamazione della Buona notizia del Regno e l’espulsione dei demòni.              Gesù è venuto per andare oltre e per farci passare oltre scoprendo che il suo annuncio va oltre ogni possibile chiusura e ogni irrigidimento entro i ristretti confini. Dio ti Benedica

 

IV Domenica del Tempo Ordinario ” Anno B”

28 Gennaio 2018

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea. Parola del Signore

La parola di Dio

Dt 18,15-20  Il libro del Deuteronomio, che etimologicamente significa Seconda Legge, è l’ultimo, il quinto della Toràh ebraica e del Pentateuco greco e latino. È il libro che sta alla base della riforma deuteronomica del sec. VII a.C., detta di Giosìa. Riporta tre discorsi di Mosè che si congeda dal suo popolo prima dell’ingresso in Palestina sulla riva sinistra del Giordano. Il brano di oggi appartiene al secondo discorso dedicato alle istituzioni e ai ministeri del popolo di Israele. Dopo avere parlato del re e dei sacerdoti, il brano odierno passa a parlare del profeta, il cui prototipo è appunto Mosè. Per l’autore il profeta è superiore ad ogni altra funzione, perché egli è inchiodato alla Parola di Dio.

1Cor 7,32-35 La seconda lettura non ha un legame diretto con le letture, che invece sono sempre collegati. Essa è una pausa meditativa per mantenere la familiarità con tutta la Scrittura, in base alla scelta che in tre anni si legge tutta la Bibbia. La comunità di Corinto è problematica e invia una commissione a Paolo, che si trova ad Efeso. La lettera è databile tra il 53 e il 57. Paolo risponde passando in rassegna i vari stati di vita secondo le categorie del suo tempo. Paolo non disprezza il matrimonio che è stabilito da Dio fin dal principio, ma legge le situazioni in base alla convinzione della brevità del tempo e dell’imminente fine del mondo. In ogni situazione, comunque, il primato spetta a stare uniti al Signore senza distrazioni.

Mc 1,21-28 Dopo il primo annuncio del messaggio di Gesù, dopo il battesimo, dopo la convocazione dei primi discepoli come testimoni/garanti dell’attività missionaria di Gesù. Mc descrive una giornata tipo, quasi a dire: è inutile che vi racconti per filo e per segno la vita i Gesù, perché vi basta conoscere una settimana per capire come Gesù viveva e operava. Le prime azioni di Gesù sono guarigioni, perché egli si presenta come Yhwh che viene a guarire le pecore malate d’Israele, descritto dal profeta Ezechiele. La sinagoga, la casa della Parola e della preghiera, diventa il luogo della liberazione, il rifugio della speranza dei poveri. Siamo di sabato, Gesù insegna e poi compie un esorcismo.          Questo miracolo ha un valore particolare per la narrazione di Mc e si tratta di un’attività specifica del Messia: scacciando gli spiriti immondi Gesù spoglia Satana del suo potere. Per la mentalità del tempo di Gesù, gli spiriti impuri vagano nell’aria e condizionano l’agire degli uomini, dominandoli fino alla lotta finale, quando il Cristo assoggetterà tutte le potenze al suo dominio liberante. Presentando Gesù che compie un miracolo di liberazione, Mc ci avverte che è cominciato il tempo della ricongiunzione tra terra e cielo per lungo tempo separati. All’indemoniato è restituita la sua dignità di figlio di Dio, creato a sua immagine e somiglianza; l’essere posseduto dallo spirito immondo gli impediva di vedere non solo il volto di Dio, ma anche il suo, cioè la sua coscienza e la sua identità. La nuova creazione non riguarda più tanto le cose, ma s’innesta nel cuore egli uomini e delle donne che sono chiamati a trasformare il mondo, dominato dal male, per farne un nuovo giardino di Eden, un Paradiso. L’azione si sposta dal lago alla cittadina di Cafarnao, luogo in cui abita Simone e che diventerà di fatto la città di Gesù, e come ogni israelita osservante, Gesù partecipa al culto del sabato. Durante l’assemblea ogni maschio adulto poteva essere chiamato a commentare il testo della Scrittura letto nella sinagoga. Mc ci informa che egli insegnava. Nei sinottici l’insegnamento è una delle sue attività principali. Il suo insegnamento stupisce subito: è fatto con autorità, gli scribi invece si limitavano a spiegare la legge e a riportare la tradizione.                                        In Mc gli scribi sono sempre contrapposti a Gesù, sia quando sono citati da soli, sia quando sono affiancati da farisei o sommi sacerdoti. Lo spirito si sente minacciato da Gesù, dalla sua venuta e ne svela il nome. Lo spirito è detto impuro perché i demoni sono estranei, anzi ostili alla purità religiosa e morale che il servizio di Dio esige. Lo spirito sa bene che dove c’è Gesù non vi può essere spazio per i demoni, il loro potere sull’uomo è finito. Ecco perché Gesù è venuto a rovinarli. Gesù è il Santo di Dio, e il demonio lo riconosce come tale. Santo significa messo da parte, riservato per Dio in vista di una missione. L’esorcismo sarà la prima azione potente di Dio, segno che il Regno è ormai presente.              Ci troviamo per la prima volta di fronte al comando di fare silenzio sull’identità di Gesù, che caratterizza la prima parte del testo di Mc (il cosiddetto segreto messianico). Questo comando dato ai demoni però ha una sfumatura particolare. Infatti essi non intendono fare una professione di fede, bensì manipolare il potere del suo nome divino. Gesù con autorità ordina al demonio di tacere e di andarsene. Il demonio davanti a Gesù non può far altro che obbedire, però si vendica sul corpo del povero indemoniato, facendolo soffrire e gridare.                La sconfitta del demonio attesta l’arrivo della basileia, cioè della signoria di Dio e l’azione potente di Gesù che accompagna la sua parola, la buona notizia. Le parole di Gesù e il suo miracolo provocano timore, meraviglia. Le domande che si fanno l’un l’altro sono un pò un riassunto di tutto quello che è successo: insegnamento con autorità, potere sugli spiriti impuri. Tutti si chiedono chi sia costui. È una domanda che si ripete lungo tutta la prima parte del Vangelo di Mc e la risposta arriverà solo al capitolo 8, alla metà esatta del testo, quando Pietro confesserà: “Tu sei il Cristo”. Intanto Gesù ha già iniziato la lotta con il male che ci abita e ci rende schiavi; il Vangelo di oggi ci chiede di credere a questa potenza di Gesù che può liberarci; ci chiede di credere più a questo umile potere di liberazione che alle menzogne del male che ci abita, e che così spesso è mascherato da bene. Ci chiede di non dar credito alla menzogna che ci vuole una cosa sola con il male che ci abita e ci tormenta; Gesù, smaschera subito la menzogna di quel plurale che lo spirito immondo usa. Il male ci strazia e grida forte, proprio come fa con quel povero uomo della sinagoga di Cafarnao prima di lasciarlo; ormai è smascherato da uno più forte, come aveva detto il Battista (dietro di me viene uno che è più forte di me): uno che non solo chiede cambiamento di rotta alle vite degli uomini, non solo chiede di fidarsi del Vangelo e non del-le menzogne del divisore; ma uno che ha anche la forza di dare la libertà con la sua parola potente. È alla sua parola che allora dobbiamo volgere il cuore.          Chiediamoci, allora: ci stupiamo della sua parola? Mc ci dice che la gente era stupita dal suo insegnamento. Credo che dobbiamo dircelo: quando leggiamo il Vangelo, e non ci stupiamo, significa che non abbiamo capito! È così, e quando non capiamo, vuol dire che non abbiamo dato accesso nel nostro profondo a quella Parola, e non le permettiamo di snidare il nostro male; non le permettiamo di darci le vie e le possibilità di conversione. Dio ti Benedica

III Domenica del Tempo Ordinario

Anno “B” – 21 Gennaio 2018

La parola di Dio 

Gn 3,1-5.10 Più che un libro, è un libretto che si compone di 4 capitoli e 48 versetti in totale e può essere considerato un’appendice al libro di Geremia. Giona è il tipico credente medio o mediocre che, avendo uno schema di Dio, pensa che non possa esistere altro Dio se non quello della sua immaginazione. Questo tipo di credente è esperto nell’insegnare a Dio il suo mestiere: gli dice chi deve assolvere, chi deve condannare, con chi deve stare e con chi non deve stare.

1Cor 7,29-31 Nell’AT il matrimonio era l’istituzione più grande con cui l’umanità continuava l’opera della creazione e costituiva quasi un assoluto. La sterilità era considerata la più grande maledizione. Con l’avvento della risurrezione, anche il tempo è mutato perché si è fatto più corto e i criteri di vita sono cambiati. Paolo, all’interno di un contesto apocalittico (attesa immediata della fine del mondo) ridimensiona l’istituzione del matrimonio. Poiché il tempo è proiettato verso l’eternità, bisogna vivere tutto come se fosse provvisorio. Solo Dio resta l’unico assoluto.

Mc 1,14-20 Domenica scorsa abbiamo vissuto e sperimentato la chiamata di due discepoli del Battista, riflettendo dalla prospettiva del Vangelo di Giovanni che vede la loro vocazione come prolungamento dell’incarnazione del Lògos di cui sono i testimoni accreditati. Cercare, andare, vedere, abitare, fermarsi, sono verbi che formano il vocabolario del discepolo, del testimone e in primo luogo del testimone per eccellenza che è il Lògos, la chiave di senso della vita.           Oggi proseguiamo in questa prospettiva vocazionale, ma dal punto di vista dei sinottici, in modo particolare di Marco, che è il punto di partenza e una delle fonti degli altri due evangelisti, Matteo e Luca. Tutti e tre i sinottici riportano la chiamata dei primi discepoli, ma ognuno con contenuti e prospettive diverse, all’interno però di un quadro molto più ampio che la liturgia di oggi illustra in modo sublime, ed oggi ci soffermiamo sulla chiamata dei primi discepoli secondo la versione e la prospettiva di Marco. Al tempo in cui scrive Marco, la divisione tra Giudei-giudei e Giudei-cristiani è ormai cosa fatta. Nelle sinagoghe si commina la scomunica per i Giudei-cristiani che riconoscono Gesù come Messia e intanto la comunità cristiana si arricchisce sempre più di credenti provenienti dal mondo dei pagani, in particolare dal mondo greco. Il Vangelo di questa domenica inizia con il buio: Giovanni Battista è stato arrestato; il mondo cerca di far tacere la voce del profeta; pare che la speranza sia zittita e invece sul Mare di Galilea, irrompe l’assoluta novità di Dio e la voce della speranza diventa Parola che svela un compimento, che chiede conversione e diventa parola di chiamata concreta che chiede di coinvolgere la vita nel progetto di Dio. Poche parole, ma di una dirompente novità e di vastissimi orizzonti, parole che irrompono nella storia e portano luce lì dove sembrava che il buio avesse vinto; parole nuove ma con radici nel passato; con la forza di un compimento e con la certezza che è scoccata un’ora da cui non si può più tornare indietro. La storia ha una svolta, il tempo è compiuto, cioè l’attesa è finita; c’è dunque un oggi in cui Dio, superando quello che si  poteva immaginare, compie tutte le sue promesse. Questa pienezza è ora visibile nel Regno che si è avvicinato; il Regno è il farsi storia di Dio, è la sua venuta nella storia, perchè la storia divenga luogo del suo primato; in Gesù questo è davvero avvenuto perché in Lui, sulla faccia della  terra, ha camminato un uomo in cui Dio regna pienamente, e che ha un solo desiderio: contagiare l’umanità di quello stesso regnare di Dio; e perchè questo contagio accada è necessario convertirsi, è necessario lottare; è necessario ingaggiare un vero combattimento come ha fatto il Figlio nel deserto per quaranta giorni, per dare spazio pieno a Dio. La conversione è volgere tutta la propria vita a Dio (in ebraico conversione significa “inversione di direzione”); significa cambiare la propria mente con la mente di Dio, e quello che deve avvenire è un vero “rovesciamento”. Certo, cambiare la nostra mente con la mente di Dio è una meta immensa, ma per il NT la “metànoia” è il rovesciare la mente, ma in un mutamento che non è da pensieri peggiori a pensieri migliori; il mutamento è cambiare i nostri pensieri con i pensieri di Dio, e quando questo avviene il Regno si compie in colui che ha messo fiducia in questa possibilità di novità che è il Vangelo di Gesù. A questo irrompere della Parola di Gesù che viene a ridare speranza al mondo, e viene a fare domande grandi al cuore dell’uomo, Marco fa seguire la scena della vocazione dei primi quattro discepoli. Gesù, che ha proclamato la prossimità del Regno e del tempo ormai compiuto, si avvicina ad alcuni uomini e li chiama; li ha trovati nel loro quotidiano e da lì li chiama ad un quotidiano diverso, un quotidiano fatto di assoluta assiduità con Lui. Non si tratta di fare una cosa tra le altre, ma di impostare la propria vita in modo altro, mettendo al centro la sua persona e ciò che Lui è venuto a fare: trarre gli uomini dagli abissi del male e della morte. Infatti chiama i quattro a diventare pescatori di uomini, a lavorare in quest’opera di trarre gli uomini dal mare, luogo simbolo del male e del caos. L’invito a seguirlo (cioè “venite dietro di me”) è di capitale importanza nella sua formulazione (dietro di me): si tratta di seguire Lui, e di seguire Lui facendo le sue scelte.  Chi legge il Vangelo sa che le scelte di Gesù andarono tutte verso un solo punto: offrire se stesso, servire e dare la vita in riscatto. Seguirlo significa questo per quei quattro, e per tutti quelli per i quali nei secoli risuonerà l’invito alla sequela. Non si tratta di seguire una dottrina, dei bei pensieri, una filosofia di vita, si tratta di seguire Lui, Gesù di Nazareth e tutta la sua vicenda, il suo stile, le sue scelte. Come diverso è ciò che chiede il Rabbì Gesù da quello che chiedevano gli altri rabbì di Israele, nel discepolato dei rabbini, in primo luogo, era il discepolo che sceglieva il rabbì, cosa che Gesù non tollera per sé, e sarà infatti sempre Lui a scegliere i discepoli, ed il Quarto Vangelo glielo farà dire in modo esplicito: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”; in secondo luogo era la dottrina ad avere il primo posto; i discepoli facevano vita con il rabbì, per lo meno in alcune ore del giorno, e certo per questo facevano molte rinunzie, ma per impossessarsi della dottrina e per diventare poi, a loro volta, dei rabbì, dei maestri. Il discepolo di Gesù entra invece in una condizione permanente di discepolato, non diventerà mai maestro ma rimarrà sempre discepolo, un discepolo chiamato a fare vita con Gesù fino in fondo. E più farà vita con Lui, fino a dare la vita, e più sarà solo e sempre discepolo. Il discorso che la liturgia di oggi ci fa fare è di una radicalità assoluta, e la radicalità è la via del Vangelo. Per il Vangelo non c’è altra via che quella radicale! Il NT sa che il tempo si è fatto breve e dunque non si può perdere tempo; Marco sottolinea che le chiamate presso il lago hanno una risposta immediata; rimandare significherebbe solo dire no! Dio ti Benedica

II Domenica del Tempo Ordinario – Anno “B”

14 Gennaio 2018

In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì, che tradotto significa maestro, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro. Parola del Signore

La parola di Dio

1Sam 3,3-10.19 La prima lettura tratta dal Primo libro di Samuele, ci narra la chiamata del giovane Samuele, figlio di Elkanah e della sua seconda moglie Anna, alla missione di profeta: racconto pieno di semplicità e poesia. Samuele sarà protagonista nella storia di Israele. Nel testo lo troviamo ragazzino attento ala voce di Dio, e pronto nell’eseguirla.

1Cor 6,13-15.17-20 Nel brano tratto dalla prima lettera ai Corinzi, san Paolo ci ricorda che il corpo non è il contenitore disprezzabile dell’anima, ma è «membra di Cristo, Tempio dello Spirito Santo», destinato alla Risurrezione con Gesù. Ecco perché bisogna guardarsi dall’impurità: essa imbratta tutto l’essere. La fede è quindi il fondamento di ogni morale.

Gv 1,35-42 Il tempo ordinario dalla Chiesa si compone di 34 domeniche suddivise in due periodi. Il primo, più breve, si colloca tra la fine del tempo natalizio e l’inizio della Quaresima; il secondo, più esteso, abbraccia l’arco di tempo che dalla Pentecoste conduce fino alla fine dell’anno liturgico. Nel Tempo Ordinario, la liturgia ci propone i testi del Vangelo di Marco che presenta Gesù sconcertante e paradossale, rude ed esigente, molto umano ma attento a sottrarsi ai legami che i suoi discepoli e la sua famiglia vorrebbero imporgli. Per cogliere il suo segreto, bisogna seguirlo lungo le strade, spesso imprevedibili, che Egli percorre da solo, fino al calvario e allo scandalo della morte in croce, dove si rivelano la Sua vera personalità e il significato della Sua missione. Qui un centurione romano lo riconosce, divenendo il primo dei credenti e il loro modello. Nel Tempo di Natale, contemplando il mistero dell’Incarnazione, abbiamo letto più volte e con stupore quello straordinario versetto di Giovanni: «Il Verbo divenne carne e venne ad abitare in mezzo a noi»; oggi, in questa domenica che segue il Tempo di Natale, il Vangelo di Giovanni, riprendendo questo tema dell’abitare, ci dà ancora un suggerimento fondamentale per la nostra vita di discepoli. Se Lui, il Verbo, è venuto a piantare la sua tenda tra di noi, quello che conta per noi è il voler dimorare presso di Lui, con Lui, in Lui; quello che conta davvero è chiedere dove Lui dimori per stabilire con Lui la nostra dimora. L’evangelista Giovanni ha caro questo tema perché ha caro il desiderio profondo che fu il senso di tutta la sua esistenza, del suo discepolato, del suo dare la vita. Come si dà la vita per Gesù? Per Giovanni la risposta è semplice: stando con Lui, abitando presso di Lui; Gesù stesso dirà: voglio che dove sono io siano anche essi con me. Il racconto di vocazione che il Giovanni ci trasmette nella pagina evangelica di oggi, così diverso da quello dei sinottici, sottolinea proprio questa dimensione: Andrea ed il discepolo amato (qui chiamato ancora l’altro discepolo), dopo la coraggiosa ed umile indicazione del Battista, seguono Gesù e ricevono subito una domanda: «Che cercate»? E’ impressionante come la relazione con Gesù inizi con una domanda da parte di Lui; Gesù cerca subito di far venir fuori, da chi l’inizia a seguire, le ragioni più profonde che hanno mosso i suoi passi: che si cerca? È da lì che bisogna partire. La domanda di Gesù riceve immediatamente una risposta: cercano il luogo in cui abita questo straordinario Rabbi. Non è solo la domanda discreta di un indirizzo; è la domanda che contiene, forse, già un desiderio: abitare con Lui; è la domanda che brucia il loro cuore, è la domanda sulla dimora dell’altro, sul luogo della sua intimità e profondità. Non a caso qui Giovanni inizia ad usare il verbo che sarà il nerbo, nel suo Vangelo, di ogni discorso sul discepola-to: il verbo “ménein”, la cui traduzione è “rimanere, dimorare”. Gesù nei Discorsi di addio ne farà un vero e proprio ritornello: chi vuole essere suo discepolo deve trovare questa “dimora”; deve imparare a dimorare; deve desiderare di dimorare, di rimanere: rimanere nel suo amore, rimanere nella sua parola, rimanere in Lui come i tralci nella vite. La vita con Lui non è qualcosa di passeggero, di occasionale; non è una stagione della vita; la vita del discepolo vuole invece una stabilità, la vita del cristiano maturo è la vita di uno che ha cessato di stare sulla soglia ma che è entrato per sempre, stabilmente, nella casa. È la vita di uno che è disposto a stare con Lui, sempre, non può fare più diversamente! Il discepolo amato è il discepolo che rimane e, alla fine del Vangelo, Gesù risponderà esplicitamente a Pietro: voglio che egli rimanga finchè io ritorni; quello che conta per ogni discepolo amato è dunque questo rimanere; per Giovanni fu questo il sale di tutta la sua vita, il rimanere. Ha provato la gioia di questo rimanere con Lui: prima di partire sulle strade del mondo, Giovanni ha gustato il vivere con Lui, l’essergli vicino, accompagnandolo ovunque, vivendo lì dove Lui viveva, rimanendo con Lui fino ai piedi della croce, lì sul Golgota.         Se Giovanni ci dovesse descrivere la sua vocazione, lo farebbe così: da un giorno benedetto iniziai a dimorare con Gesù, ne ricorda perfino l’ora: era l’ora decima, e non ho più smesso! Quel dimorare materiale si versò poi in un dimorare profondo con Lui ed in Lui, di un dimorare di Gesù in lui, che fu il senso di tutta una lunga esistenza di fedeltà, di costosa fedeltà: fedeltà nella persecuzione e nel dolore, nei lavori forzati a Patmos, nel dolore di vedere i fratelli morire. Gesù fu la forza della sua vita, a partire da quel fare dimora assieme; così, forte di questa esperienza esistenziale, Giovanni consegna alla Chiesa questa via del rimanere, del trovare, giorno dopo giorno, la propria casa lì dove è la casa del Cristo, di Colui che si degnò di abitare in mezzo a noi per giungere a dimorare in noi. Straordinaria avventura quella del rimanere, del dimorare, un’avventura che ad un occhio superficiale potrebbe parere poco dinamica, ma che in realtà custodisce una forza dirompente. Come sono deboli certe appartenenze in cui non si passa mai dalla sequela difficile al rimanere a qualunque costo, anche nelle contraddizioni e nelle fragilità! Giovanni sogna una Chiesa così! Gesù voleva una Chiesa così, non una Chiesa della soglia, ma una Chiesa del dimorare. L’inizio di questo tratto di Tempo ordinario è segnato da questo tema del rimanere, per dirci come vivere il nostro tempo quotidiano: la strada è una sola, ed è quella del dimorare. È lì, nel nostro rimane-re, che Gesù opererà in noi le sue opere; lì ci darà un nome nuovo e ci renderà roccia, come farà con Pietro; il fratello di Andrea è invitato anche lui ad iniziare quel dimorare: Gesù lo fissa con sguardo magnetico, con sguardo che attrae a quel rimanere con Lui, e gli fa una promessa: Sarai chiamato Cefa, una promessa che mette le sue radici in quel dimorare che inizia. Dimorando in Lui, Simone diverrà Roccia. Questa è anche l’esperienza di Samuele che Dimorando presso il Signore si aprono le porte all’azione di Dio in noi, a quell’azione che è trasformazione e senso nuovo e pieno dell’esistenza. Dio ti Benedica

Battesimo del Signore

 

Anno “B”

7 Gennaio 2018

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».. Parola del Signore

La parola di Dio

Is 55,1-11 In esilio a Babilonia il popolo eletto conosce la difficile lotta per il pane quotidiano. Il profeta si rivolge a tutti quelli che hanno fame e sete, ossia che desiderano vedere cambiata la loro situazione. Esorta tutti a preferire ai beni materiali, per i quali sono tentati di restare ancora lontani da Gerusalemme accontentandosi della situazione che si sono realizzati, i beni spirituali, e cioè la gloria di Gerusalemme e del Signore; anzi li esorta ad approfittare di questo momento per operare in sé stessi una vera conversione. Per evocare la futura restaurazione che intravede, Isaia annuncia il tempo in cui il pane sarà dato a tutti e gratuitamente. Al popolo torturato dalla fame o dalla sete viene rivolto l’appello a ricercare Dio, a convertirsi. Dio stringerà con il suo popolo una alleanza eterna e questo sarà il depositario delle promesse fatte a Davide.

1Gv 5,1-9 In questo brano Giovanni ci ricorda che chi ama veramente Dio ama anche i figli di Dio. L’amore di Dio si rea-lizza attraverso l’amore del prossimo. Non ci può essere vittoria sul male (cioè sul mondo) ed amore di Dio senza il  riconoscimento del suo figlio fatto uomo e senza l’accettazione dei suoi comandamenti. Il cristiano, che è nato da Dio, vince il mondo, cioè il male, per mezzo della fede in Gesù vittorioso. Proprio per questa fede i comandamenti con sono più così gravosi come lo erano sotto la legge ebraica e questo perché Gesù cammina insieme a noi nel difficile percorso della vita.

Mc 1,7-11 La domenica successiva alla solennità dell’Epifania, la liturgia celebra la memoria del Battesimo di Gesù. Riprendiamo il Vangelo di Marco, di cui avevamo letto l’inizio la seconda domenica di Avvento. La nostra lettura ripete gli ultimi due versetti del primo capitolo, quelli in cui è riportata con discorso diretto la predicazione di Giovanni Battista e continua con il racconto del battesimo di Gesù. Oggi, festa del Battesimo di Gesù ci soffermiamo dunque sulla breve cronaca che Marco ci fornisce di questo evento. Si tratta di un aspetto della vita di Gesù un po’ imbarazzante per la comunità cristiana: Gesù si mette in fila con i peccatori per ricevere un battesimo di conversione e di purificazione. Se fosse stato davvero Dio non avrebbe avuto bisogno di purificazione! Eppure è stato proprio così e il fatto che tutti e quattro i Vangeli riportino il fatto è garanzia della sua storicità. Gesù ha scelto di cominciare la propria vita pubblica con un gesto penitenziale, si sottopone egli stesso al battesimo di conversione predica-to da Giovanni. Questo atto con cui Gesù si adegua alla sua natura umana diventa una epifania, manifestazione della sua grandezza; il Padre lo dichiara il Figlio amato, e facendo scendere su di lui lo Spirito Santo lo investe della sua potenza affinché possa cominciare la missione che è stato mandato a compiere. Giovanni parla di uno che viene dopo di lui. Il linguaggio utilizzato è quello dei cortei trionfali. Chi viene per ultimo è il personaggio più importante ed è preceduto da musicisti, banditori servitori. Giovanni si dichiara suo schiavo. Il compito di legare o sciogliere i sandali di un uomo impor-tante infatti era affidato agli schiavi. Giovanni si dichiara addirittura indegno di compiere questo gesto già di per sé umile. Marco mette in luce la differenza sostanziale tra il battesimo di Giovanni e quello che darà Gesù. Giovanni ha battezzato, quindi la sua azione è ormai compiuta. Ha battezzato con acqua, un elemento naturale, simbolo di vita e di purificazione. Gesù battezzerà, la sua azione sta per iniziare. Battezzerà in Spirito Santo, cioè porterà una purificazione più radicale, la santificazione definitiva realizzata dallo Spirito Santo, quella che era attesa da alcuni gruppi spirituali di Israele. Viene Gesù, colui che Giovanni stava annunciando.                  È interessante notare che Gesù veniva da Nazaret, dalla Galilea e non da Gerusalemme o dalla Giudea come tutti coloro che si stavano recando da Giovanni. Egli viene da una zona più lontana, considerata un po’ ai margini, se non addirittura eretica. Ancora si dà un’indicazione geografica e storica. Gesù non viene dal nulla, ma da un luogo ben preciso, segue la notizia del battesimo. Sembra che Marco voglia dire esattamente ciò che è successo senza abbondare troppo in particolari. La precisazione del fiume Giordano può essere un riferimento all’entrata di Israele nella terra Promessa. Si sta aprendo una nuova era nella storia del popolo di Dio. La manifestazione della Trinità dopo il battesimo è introdotta con un “e subito”, un intercalare tipico di Marco (che lo usa 42 volte nel Vangelo). L’attenzione del lettore viene diretta non tanto al battesimo, quanto a ciò che è avvenuto dopo. Cosa è successo? I cieli si sono aperti. È una risposta al desiderio espresso in Isaia 63,19b (Se tu squarciassi i cieli e scendessi): Dio si fa vicino, superando la barriera posta tra cielo e terra. Un altro squarcio è avvenuto alla morte di Gesù (Mc 15,38): il velo del tempio si è squarciato in due, annullando la separazione tra lo spazio sacro riservato a Dio e quello degli uomini. Lo Spirito discende su Gesù come una colomba; per indicare lo Spirito si usa il simbolo della colomba, che ha diversi richiami nel testo biblico. La ritroviamo in Genesi lo Spirito che aleggia sulle acque prima della creazione. La colomba che annuncia la fine del diluvio. In Os 11,11 è simbolo di Israele.    Nel Cantico dei Cantici è uno dei modi in cui viene chiamata la sposa. Il simbolo della colomba rimane qui un po’ difficile da decifrare. Lo Spirito Santo accom-pagna l’investitura di Gesù. Il rappresentarlo come colomba significa forse che qualcosa di nuovo sta cominciando. Tutto quello che avviene dopo il battesimo sembra abbia come testimone soltanto Gesù e non Giovanni, né tantomeno altre persone presenti. Anche queste parole che vengono dal cielo sono sentite da lui solo. Si tratta delle parole che accompagnano la sua investitura.                            Egli è riconosciuto come figlio (come il discendente di Davide nella profezia di Natan). In lui Dio ha posto il suo compiacimento, come nel servo di Jahvé di Isaia, il servo sofferente; ancora si può pensare a Isacco, figlio prediletto di Abramo, che Dio chiese in sacrificio. Nell’ultimo versetto troviamo condensate le caratteristiche più importanti della figura di Gesù. L’acqua è il segno, ma la vera realtà che lava è il Sangue, ed è per il Sangue, cioè per Cristo, che si riceve lo Spirito. Giovanni testimoniò il Cristo; il Sangue testimoniò e testimonia l’amore di Cristo; lo Spirito Santo attesta al nostro Spirito che siamo di Cristo e perciò figli adottivi di Dio. Le tre testimonianze sono concordi, e incessantemente dichiarano all’uomo la salvezza ricevuta nel Battesimo. Il Padre ha poi dato testimonianza al Figlio con i miracoli e innanzitutto risuscitandolo glorioso dai morti.                Dare testimonianza vuol dire affermare la verità dandone le prove.                          Tutti coloro che sono stati battezzati sono stati battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Noi tutti, che abbiamo ricevuto il Battesimo, siamo stati rigenerati in Cristo e siamo entrati in intima unione con lui nel dono dello Spirito Santo. Dio ti Benedica

Epifania del Signore

Anno “B”

6 Gennaio 2018

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese. Parola del Signore

La parola di Dio

Is 60,1-6 In questo brano Gerusalemme, è presentata come la luce che si oppone alle tenebre, proprio perché in essa brilla la gloria del Signore. La presenza del Signore, come luce, è unificatrice di tutte le genti. È uno splendido canto di speranza e di esaltante felicità. Dio risiede nuovamente nella città santa: dai quattro venti si affolla-no verso la capitale gloriosa per renderle omaggio. Il tempio è ricostruito, le ricchezze affluiscono, la pace regna nella città e nel  Paese si irradia la gloria del Signore; diventa il polo di attrazione e di speranza per l’intero universo, patria di tutte le genti, simbolo di dimora fraterna di tutti i popoli presso Dio.

Ef 3,2-5.5-6 Nel brano di oggi Paolo, che dopo l’incontro con Cristo a Damasco non ha altro desiderio che di manifestare e proclamare quanto gli è stato rivelato gratuita-mente e direttamente da Cristo, ricorda agli Efesini questa sua rivelazione divina. Il piano salvifico di Dio in Cristo, cioè il mistero che Cristo stesso ha realizzato nella sua vita, è stato fatto conoscere dallo Spirito agli apostoli. Questo piano salvifico di Dio, Paolo lo ha descritto brevemente agli Efesini ed ora lo riassume in poche parole: all’eredità di Cristo non sono chiamati solo gli Ebrei, ma anche i pagani che, nell’annullamento di ogni barriera, forma-no ormai con i Giudei un unico popolo: partecipano alla stessa eredità e formano lo stesso corpo.

Mt 2,1-12 Epifania è nome greco dal verbo «epiphàinō – io manifesto/appaio/rivelo». Con questa festa si conclude il tempo liturgico del Natale iniziato con la Veglia del 24 dicembre. Fino al III secolo dell’era cristiana le due memorie, Natale ed Epifania, erano unite in una sola: in tutto l’Oriente, infatti, il 6 gennaio si celebrava una festa generica, detta Epifania, manifestazione, che inglobava in una tre eventi riguardanti la persona di Gesù: la memoria di Natale, inteso come «incarnazione del Lògos; la visita dei Magi, letta come convocazione di tutti i popoli non ebrei; il Battesimo di Gesù al Giordano, dove è «rivelato» Figlio di Dio tra i peccatori. La Chiesa latina, con papa Liberio nel 354, separò le due festività fissando definitivamente il Natale al 25 dicembre, intorno al solstizio d’inverno, mentre fissò l’Epifania al 6 gennaio, cioè dodici giorni dopo. Matteo, oggi, ci propone la visita dei Magi; chi e quanti fossero realmente non si sa, non è certo né che fossero re e nemmeno che fossero tre; il loro numero si è desunto dal numero dei doni. Presso i Medi ed i Persiani “Magi” erano detti i sacerdoti ed i dotti nelle scienze astronomiche. È da tenere presente, che i Magi non erano giudei ma pagani e quindi ignoravano la rivelazione dell’AT e possiamo raffigurarceli in mille modi, su cammelli, a cavallo, a piedi, di razza neri, gialli o bianchi; il Vangelo non ci dice su di loro nulla di preciso. Proprio il mistero della loro nazione di provenienza è significativo: sono l’espressione di popoli pagani che attendono Cristo. Ecco qui un’ulteriore dimostrazione storica della reale avvenuta nascita di Gesù, la conferma e la prova che questi non sono fatti raccontati e tramandati da una sola comunità religiosa per propri interessi o scopi particolari. Gli orientali credevano facilmente all’apparizione di un astro nuovo in occasione della nascita di grandi personaggi. È giusto puntualizzare che il quesito dei Magi era di natura esclusivamente religiosa mentre Erode pensa subito a qualche intrigo politico. Al di là di queste riflessioni storico, letterarie, il significato del brano di oggi è che anche i pagani sono attratti dalla luce di Gesù/Re e vanno da lui. Questi Magi, custodi di una scienza e di una potenza che erano già servite per opprimere Israele, vengono ora a rendere omaggio ad un Gesù sconosciuto e perseguitato dal suo popolo e diventano così gli interpreti delle profezie divine; prendono parte attiva al disegno di Dio. Si adempie così la profezia di Isaia: un nuovo popolo di credenti si sostituisce all’antico e diventa luce del mondo, cade la barriera del particolarismo giudaico e si afferma l’universalismo della salvezza che è offerta a tutti senza distinzione alcuna. La venuta dei Magi dall’Oriente segna l’inizio dell’unità della grande famiglia umana che sarà realizzata perfettamente quando la fede in Gesù Cristo farà cadere le barriere esistenti tra gli uomini e, nell’unità della fede, tutti si sentiranno figli di Dio, ugualmente redenti e fratelli tra di loro. Con i Re Magi è la prima volta che i ricchi portano doni ad un povero. I doni dei Magi: Oro: simbolo della regalità; Incenso: si usava nei sacrifici ed è simbolo della santità, della divinità, il suo profumo sale al cielo, a Dio; Mirra: simbolo della morte e dell’immortalità in quanto serviva per la conservazione dei morti; è una resina utilizzata per la preparazione dei profumi anche in circostanze sepolcrali. La Mirra mescolata al vino era data dai giudei ai condannati a morte come bevanda a scopo soporifero; Gesù la rifiutò. Matteo dice che i Magi do-mandavano dov’è il re dei Giudei, non dice il re di Israele come sarebbe più logico attendersi essendo la terra e la tribù di Giuda non la più importante né politicamente né religiosamente; ma Giuda era quanto indicavano le Scritture. Questo re dei giudei richiama subito la fine di Gesù, l’iscrizione in tre lingue che è stata posta sulla croce di Cristo. Ecco che subito Matteo collega la nascita con la morte di Gesù, che poi è lo scopo essenziale della sua venuta: la sua morte e Risurrezione: la Pasqua. La Mirra è il segno di ciò che Gesù è venuto a fare: a morire per vincere la morte, la vit-toria della luce sulle tenebre. Ma il significato della nascita di Gesù è proprio nella sua passione e morte; rimandano esplicitamente alla Passione e morte di Gesù. Già dall’inizio, dalla sua nascita, Matteo lo ricorda subito: “Re dei Giudei; Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi; mirra”, (Mt 2,2.4.11) e mette in evidenza il destino di Gesù, quello di dividere le coscienze, il destino di accettazione e di rifiuto che percorre tutta la sua esistenza. L’evangelista lo fa intendere in modo paradossale e drammatico contrapponendo l’apertura, la disponibilità dei magi venuti da oriente, pur non credenti, per adorare il bambino alla paura di Erode e di tutta Gerusalemme per questa inopportuna, preoccupante e fastidiosa novità. La stella cometa che viaggia davanti ai Magi è forse più una tradizione un pò folcloristica che una realtà effettiva, probabilmente è lo studio delle costellazioni e degli astri che hanno portato i Magi all’indicazione del luogo e del periodo della nascita; qualcosa di eccezionale certo ci fu, anche se forse non esattamente come tramandato. Dio ti Benedica